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  Cenni Storici - pag. 2/4

 

 

 

Ma la denominazione popolare suscita un altro interrogativo: davvero la Villa Romana, che i resti fanno intuire grandiosa e lussuosa, era di proprietà del poeta Catullo?
Molti studiosi hanno dato interpretazioni discordanti, rifacendosi ai versi stessi di Catullo (le spesso citate "ragnatele" del suo borsellino) e obiettando che un poeta squattrinato poteva solo nella finzione letteraria definirsi "signore e padrone" della penisola.
Tuttavia studi recenti (T. P. Wiseman, 1990) datano l'edificio, che copriva più di 20.000 mq. e di cui è stato messo in luce circa un terzo, ai primi decenni del I sec. d.C. e ne attribuiscono la proprietà ad un esponente della famiglia del poeta, quella dei Valerii Catullii, che nel 31 d.C. divenne console. I Valerii godettero di grande censo e potere anche in età imperiale, impegnati in fiorenti attività commerciali in oriente e Spagna e con legami d'amicizia con la stessa famiglia imperiale.
Si trattava quindi di una proprietà di valore eccezionale, sia dal punto commerciale che strategico, una villa da imperatori, e almeno uno di essi, Domiziano, molto probabilmente vi soggiornò ospitato dal ricco e influente proprietario.
Ma se la Villa fu eretta nel I sec. d.C., come poteva essere di proprietà di Catullo, che visse nel I sec. a.C.? La penisola divenne di proprietà della famiglia dei Valerii Catullii nel 56 a.C. e i resti della prima villa di età repubblicana abitata dal poeta sono stati localizzati al disotto del piano pavimentale nel settore sud. Le strutture del più antico edificio non furono inglobate nella villa costruita successivamente.
Per quanto riguarda la storia della villa dal punto di vista delle ricerche archeologiche, il primo ad interessarsi "scientificamente" delle rovine fu il generale francese La Combe St. Michel, nel 1801. Dopo aver sconfitto gli austriaci a Peschiera, egli organizzò a Sirmione un pranzo commemorativo e si recò alla "Casa di Catullo". Visitò ed esaminò accuratamente le rovine, effettuò vari scavi, esplorò le zone interrate accessibili. "La pianta della Casa di Campagna di Catullo" fatta disegnare da un suo ufficiale, fu di grande utilità al Conte Orti Manara che nel 1856 pubblicò la splendida storia della penisola. L'Orti Manara fu il primo a dare una interpretazione dettagliata della villa, anche se le sue conclusioni furono successivamente smentite. Ignaro del fatto che alla fine del XIX sec. si riscontrarono numerose difficoltà per collegare la fonte Boiola al Grand Hotel Terme, ipotizzò che le Grotte di Catullo fossero state un enorme complesso termale che sfruttava le proprietà della sorgente.
Solo nel nostro secolo le Grotte furono sottoposte ad interventi di restauro (1939/40 e 1954/55) che proseguono tuttora.
Già attorno al IV sec. Sirmione fu fortificata dai Romani con una cinta muraria che proteggeva l'intera penisola partendo, nel lato occidentale, dalle stesse Grotte di Catullo e, nel lato orientale, dal Lido delle Bionde. L'Orti Manara disegnò il tracciato delle mura e individuò due torrette ai piedi del colle di Cortine. Scavi condotti nell'inverno '95/'96 nei giardini pubblici dietro l'asilo hanno portato alla luce tratti di mura interrati e la probabile torretta orientale vista dall'Orti Manara nel 1856. Le caratteristiche di costruzione delle mura farebbero pensare ad una datazione romana; è possibile però che anche i Longobardi riutilizzassero le precedenti fortificazioni per proteggere il monastero e la Chiesa di S. Salvatore che occupavano gran parte dell'area dei giardini pubblici.
Ci spostiamo quindi nel tempo per vedere ciò che rimane della Sirmione Longobarda.

SIRMIONE LONGOBARDA

Nella prima metà del secolo VIII a Sirmione dominava in maniera assoluta un potente signorotto longobardo, Cunimondo, che era in lotta aperta con la corte longobarda ed in particolare con il cortigiano prediletto della regina Ansa, tale Maniperto. L'ostilità giunse a un punto tale che Cunimondo assassinò Maniperto, probabilmente alla presenza della sovrana stessa. Il crimine di lesa maestà doveva essere punito con la morte, ma Ansa, regina piissima, intercedette per Cunimondo cosicché egli poté espiare alle sue colpe donando tutti i suoi beni al monastero di S. Giulia, eretto nel 759 a Brescia da Ansa a Desiderio, e alle tre Chiese longobarde esistente all'epoca in Sirmione: S. Pietro in Mavinas, S. Martino e S. Vito. Inoltre, nel 762-765, la regina Ansa fece erigere a Sirmione un monasteriolo alle dirette dipendenze di S. Giulia. Purtroppo tutto ciò che resta della costruzione non è che un triste relitto, la parete di sfondo dell'abside della Chiesetta di S. Salvatore, che si può vedere ai giardini pubblici, proprio tra l'asilo e le scuole elementari.
Le vicende del monastero sirmionese sono interessanti: alla fine del regno di Desiderio (774) Carlo Magno donò S. Salvatore al grande monastero di S. Martino di Tours. Ben presto però la comunità monastica sirmionese ritornò ad essere una succursale di S. Giulia e le loro sorti furono strettamente legate.

 

 

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